BUDO

Tada juku

BUDO

Cosa differenzia l’arte marziale dallo sport di combattimento o dal metodo di difesa personale?  Essa trova fondamento nel combattimento reale o è altra cosa da esso?  Questa domanda è piuttosto comune nel cammino di un qualsiasi praticante di arti marziali e spesso rimane senza risposta o ci si incanala in inutili diatribe tra maestri che, nella maggior parte dei casi, muoiono rapidamente così come sono iniziate, senza approdare ad alcun risultato utile.  Tuttavia non è sbagliato chiedersi se, ai giorni nostri, le arti marziali tradizionali abbiano ancora qualcosa da insegnarci.


Il termine con cui i giapponesi designano le arti marziali è Budo 武道 ed è ad esso che dobbiamo rifarci. Come tutte le parole giapponesi, anch’essa è composta da più termini e infatti l’ideogramma BU  武  si può suddividere in:


-          Hoko   (戈):   che vuol dire “lancia, alabarda”

-         Tomeru  (止):   che vuol dire “fermare, spezzare”


Da cui bu  (武) nella lingua e nello spirito della tradizione giapponese, significa letteralmente “fermare, arrestare, lasciare le lance“. L’ideogramma do (道) significa letteralmente “ciò che conduce” nel senso di “disciplina” vista come “percorso“, “via“, “cammino“, non in senso fisico ma piuttosto etico e morale. Uscendo dal significato strettamente letterale, il termine “lance” assume il significato più ampio di “armi” e quindi quello traslato di “guerra” o “combattimento“, mentre il termine “fermare” assume il significato traslato di “cessare“. Nella concezione della tradizione marziale giapponese, quindi, il significato del termine bu implica quello di “abbandono delle armi” e quindi di “disarmo” e non di “guerra“.

A questa riflessione circa lo scopo, è doveroso fare una aggiunta a livello temporale. Quelle che noi chiamiamo arti marziali tradizionali o classiche sono in realtà notevolmente giovani. Aikido, Karate, Kendo, Judo, sono nate tutte quante tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.  Gli antecedenti di queste arti marziali sono da ricercare nelle tecniche del BUJUTSU dei samurai.  Il Budo è quindi l’evoluzione del Bujutsu.  Ma quali sono le differenze tra le due “Vie”?


Il Bujutsu era propriamente la tecnica del combattimento sia armato che disarmato. Esso comprendeva tutti i metodi originali o arti maggiori (spada, lancia, alabarda, arco, equitazione, nuoto) e quelli collaterali o minori (ventaglio, jitte, pipa, sai, kama e anche le tecniche di lotta o kumi-tachi).  Il suffisso JUTSU ha una valenza ben precisa e molto differente da quella di Do.   In giapponese possiamo tradurre la parola JUTSU come tecnica nel senso espresso dalla parola greca téchne (nella sua valenza più arcaica).  Indicava quindi, propriamente, i “metodi” per giungere alla dominazione dell’avversario; una pratica diretta quindi al combattimento reale e alla formazione di un guerriero pronto per i campi di battaglia.


E’ opportuno ricordare che il Bujutsu era praticato da una casta il cui mestiere erano le armi e la guerra, dunque le tecniche dovevano avere per forza dei risvolti pratici nel combattimento reale. La disciplina e la moralità, la rettitudine, più in generale i valori del Bushido (Via del Guerriero), erano una diretta conseguenza di una vita dedita alle armi e alla morte. 


Il Budo classico nacque dopo duecento anni di pace forzata (Epoca Tokugawa) legandosi allo sviluppo della filosofia estetica giapponese e subendo gli influssi della Riforma Meiji del 1868 (sulla quale torneremo).  Non c’era più bisogno di una casta di guerrieri pronti a morire ogni giorno sui campi di battaglia, non c’erano più feudatari dispotici e clan in guerra tra di loro, ma una nuova Nazione che si affacciava alle influenze occidentali e tentava di restare in equilibrio tra le forti spinte interne tradizionaliste anti-occidentali e ultranazionaliste.  


Anche la parola Do può essere tradotta con tecnica ma nel XIX secolo i Maestri preferirono utilizzare il significato più legato all’idea di Spirito, di Cammino dell’Illuminazione (dalle ricerche storiche è emerso che il primo ad utilizzare tale suffisso fu il Professor Jigoro Kano, fondatore del moderno Judo).  La data di tale cambiamento non è casuale.  L’uso del suffisso JUTSU cadde in disuso con la Riforma Meiji del 1868 in quanto richiamava direttamente le vecchie strutture feudali dell’epoca Tokugawa.  La Riforma rappresentò uno spartiacque tra il Giappone dei samurai e quello dell’Era Moderna e quindi anche il Bujutsu, come tutte le altre tradizioni culturali nipponiche, dovette subire un grosso processo di “revisione” per meglio adattarsi alla nuova società e non mandare perduto un patrimonio culturale inestimabile; dovette diventare Budo.  


L’innovazione marziale (dal Bujutsu al Budo) annunciava il desiderio dell’uomo di coltivare una consapevolezza della propria natura spirituale attraverso l’esercizio di discipline che lo avrebbero condotto ad uno stato di realizzazione dell’Io. Questo è indubbiamente un primo obiettivo raggiunto dal Budo e mancato dal Bujutsu.  Laddove quest’ultimo enfatizzava la forma da utilizzare al fine di ottenere un risultato efficace nel combattimento, il Budo sottolineava per contro la forma della quale avvalersi per conseguire l’autoperfezionamento. 


L’impegno personale richiesto, nella vera accezione di Budo, è enorme. Questo consente di liberarsi dalle catene della forma. La pura imitazione di una forma, sia essa sapere o potere, non ha mai senso. Percorrendo una via come questa l’uomo non esercita la tecnica per nessuno scopo particolare, ma si esercita a mantenere il contatto costante con l’ideale più alto possibile. Ogni esercizio contempla il tentativo di far uscire l’individuo dai limiti del suo piccolo Io. Un tale esercizio acquista valore solo se privo di aspirazioni egoistiche, se eseguito liberamente senza lo scopo di vincita premeditata. L’esercizio delle arti marziali si giustifica solo con l’intento di farlo essere l’arte della Via (Do). I vari sistemi sono solo mezzi attraverso i quali ricercare e trovare il proprio senso di vita. L’uomo che si lascia andare alle forme senza cercarne il significato non è migliore degli animali. La Via serve per raggiungere qualcosa più in alto e per contrastare la tendenza a lasciarsi andare agli istinti più bassi. In assenza di tale significato anche le arti marziali diventerebbero una parodia priva di spirito, fatta di raffinatissime tecniche ed una filosofia intellettualizzata, ma senza valore umano e priva di contenuti.


La pratica nel senso del Budo non è la forma, ma la realizzazione degli uomini. Non è uno sport in cui bisogna misurare le capacità raggiunte nella competizione, ma è una riflessione sui valori umani. Nelle arti marziali la tecnica è un mezzo, nello sport è lo scopo.

E’ vero che non tutte le tecniche dell’arte marziale sono applicabili in uno scontro fisico reale, così come non è vero che le tecniche “sporche” sono quelle realmente risolutive di una potenziale situazione conflittuale.

L’arte marziale è un viaggio di scoperta continua, ma possiamo ritenere che uno dei fattori che la rendono efficace anche al di fuori delle sue strutture formali, sia la sua incredibile flessibilità e adattabilità.  L’efficacia sta proprio nella capacità di saper adattare in maniera duttile e flessibile un vasto patrimonio tecnico, filosofico, strategico al contesto in cui ci si trova a lottare, che sia esso il luogo di lavoro, la scuola, la palestra o la strada.  Cosa mi serve in questo momento, con questo avversario, con questo abbigliamento, con queste emozioni, in questo ambiente?  Dominate tutte queste forme, si potrà entrare in una non-forma che possiede tutte le forme. 

 

Tratto da intervista a Tada Hiroshi Sensei del 1974 

"La tecnica è la stessa per tutte le situazioni, davvero, e ciò che importa alla fine è il tipo di stato che manteniamo dentro di noi. Se si guarda solo alla forma esteriore, per esempio, se si vedono le tecniche solo come un mezzo di autodifesa, allora non si sarà capaci di comprenderne il significato globale. Hanno a che fare con il ki, non sono solo semplice interazione fisica tra corpi. L'allenamento è come uno specchio che riflette la nostra sensibilità al ki. 

La pulizia dello specchio è la cosa più importante."